Radiofreccia

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      Davanti al microfono, Bruno informa gli ascoltatori che quello è l'ultimo giorno delle trasmissioni di RadioFreccia. Siamo nel 1993, la radio chiude dopo diciotto anni di attività, e Bruno vuole spiegare perché ha preso quel nome. Torna allora indietro con la memoria al 1975, quando nella piccola provincia, in quella zona incerta tra città e campagna, bastava un trasmettitore da 5 watt per aprire una radio libera. Così il giovane Bruno, nella soffitta di casa, apre Radio Raptus, cioè un microfono, i dischi e la sua voce dentro. Bruno si porta dietro gli amici Tito, Iena, Boris e la radio diventa la loro seconda casa (la prima è il bar del paese). Al punto che quando un altro amico, Freccia, litiga con l'amante della madre e lascia il proprio appartamento, finisce con trasferirsi proprio nella soffitta di Bruno. Così la vita scorre, con i ragazzi che fanno gli operai (solo Bruno studia), vanno in discoteca, partecipano da lontano ai forti mutamenti sociali in corso in Italia. Freccia conosce una ragazza di città, tossicodipendente, e la segue sulla strada della droga, l'affetto degli amici non basta, Freccia si isola, poi torna, sembra voler ricominciare, s'innamora di nuovo, non viene corrisposto, si abbandona ancora alla droga, viene trovato morto in un fosso. E gli amici decidono di ricordarlo, intitolando a lui la radio. Ed ecco ancora Bruno, nel 1993: riferisce su quello che fanno oggi i ragazzi di un tempo, e poi dà il via ad un vecchio intervento di Freccia che diceva quello in cui credeva. Cosi chiude la radio.

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